L’Hemp Farm Italia è una cooperativa agricola nata del nel Marzo 2015 a Tortoreto, in Abruzzo, convogliando la passione dei suoi fondatori ed aziende agricole collaboratrici, verso un modello di vita e di sviluppo ecosostenibile. Tutti questi valori,  sono stati ritrovati in una singola pianta, divenuta un simbolo, la cannabis o canapa.

La canapa, è una pianta a ciclo annuale che ha accompagnato l’uomo fin dagli albori del suo sviluppo.

Usata secondo ritrovamenti archeologici fin dal 10.000 a.C, prevalentemente per ricavarne cibo, riti divinatori, medicina, fibre, materiali strutturali e combustibili, ha avuto un sempre più crescente sviluppo ed utilizzo fino all’inizio del 1900, quando in contrasto con le rivoluzioni industriali portatrici di enormi benefici e velocizzazione anche dei processi agricoli occorrenti per ricavarne prodotti, è stata messa al bando, perseguita legalmente e quasi estinta in ogni parte del mondo “moderno”.

Grazie alla diffusione dell’informazione libera tramite la rete, chiunque può risalire ai perché hanno fatto in modo di estirpare, demonizzare e perseguire questa pianta e i suoi utilizzatori ancora oggi, archiviando i molteplici benefici ed utilizzi sotto i nomi: “marijuana”,  “sballo”, “illegale”.

Scavando nei dati di fatto passati, ci si rende conto che già nel primi anni del 1900 la canapa era la soluzione eco-compatibile e di facile accesso per tutti alle esigenze del nuovo mondo industriale. Alimenti, medicine, combustibili, materiali edili, carta, tessuti, legno, cosmetici, prodotti per l’industria…più di 25.000 mila prodotti d’eccellenza ricavabili a km.0 da una sola pianta coltivabile facilmente a tutte le latitudini: non necessita di pesticidi, diserbanti o fertilizzanti chimici, ha bisogno di pochissima acqua, cresce più velocemente di tutte le altre piante e raccolti ed in più nel suo naturale ciclo di 5/6 mesi, trattiene quattro volte la CO2 degli alberi e migliora addirittura il terreno che la ospita “risucchiando” anche possibili agenti inquinati quali metalli pesanti. Un’azione fitodepuratrice talmente efficiente da venir utilizzata addirittura a Chernobyl o più recentemente, in Italia, su terreni pesantemente inquinati da diossina e policlorobifenili che costeggiano il più grande complesso siderurgico europeo, l’Ilva di Taranto.

Approfondendo ogni utilizzo e ogni prodotto ricavabile da questa sola pianta, che invito a ricercare autonomamente per far sì che ognuno possa farsi la propria idea, non ci stupiamo se le grosse compagnie che hanno da sempre tratto un crescente profitto dalla monopolizzazione di una risorsa o di un brevetto, hanno tratto vantaggio dalla sua messa al bando.

Non ci stupiamo se nel 1916 il dipartimento per l’agricoltura americano presentò un dossier dove veniva riportato che in una manciata d’anni, sostituendo con la canapa tutto ciò ricavato fino ad allora dagli alberi, in primis carta e materiale da costruzione, si sarebbe messa una definitiva pietra sopra alle opere di disboscamento nel mondo…e nello stesso tempo, William Randolph Hearst, il più grande editore Americano aveva acquistato milioni di ettari di foreste per produrre i suoi giornali, utilizzati chissà perché per demonizzare questa pianta.

Non ci stupiamo se Henry Ford, fondatore dell’omonima casa automobilistica, intorno al 1930 ricavò dalla canapa una bio-plastica talmente resistente da farci una macchina che addirittura utilizzava come combustibile etanolo ricavato dalla fermentazione della stessa canapa…e negli stessi anni John Davison Rockfeller, fondatore della prima industria petrolifera mondiale la Standard Oil, oggi Chevron Mobile, brevettò fibre sintetiche ed additivi per l’industria facilmente sostituibili con quelli ecologici ricavati dalla canapa non stupiamoci neanche del fatto che è bastato un anno per far sì che il THC, pricipio psico-attivo maggiormente presente nella cannabis(indica e sativa non industriale) scomparve dall’80% dei farmaci presenti sul mercato americano e dalla farmacopea “ufficiale”…

Non ci stupiamo se il mondo che ci ritroviamo oggi, in poco più di 100 anni è stato pesantemente inquinato, i divari sociali sono enormemente aumentati, le risorse del solo pianeta Terra non bastano più per tutti e la parola ricchezza oramai è relegata solo ad un senso materiale del mondo capitalistico. Non ci stupiamo neanche del fatto che l’industria alimentare e cosmetica ci propina gli stessi additivi e conservanti derivati dal petrolio, porcherie derivanti attività intensive agricole e zootecniche di tutti i tipi, e negli ultimi anni c’è stato uno spaventoso incremento di malattie degenerative, intolleranze alimentari ed allergie che l’industria-farmaceutica, in molti casi controllore stessa dei centri di ricerca medica ed approvazione dei farmaci, si limita a vendere cure invece di guarire.

Già Ippocrate, uno dei primi scienziati nato nel 460a.C. e morto in quell’epoca a 90anni, considerato il padre della medicina, appurò che bisogna fare del cibo medicina e medicina del cibo. Noi siamo quello che assumiamo e tutti gli esseri (in questo caso vegetali) naturalmente selezionati nel corso degli anni sul nostro Pianeta, si sono evoluti per sopperire alle esigenze di un determinato micro-clima portando in sé ogni fito-complesso, già perfetto, pronto, gratis e  non brevettabile…

No business no Good, Gold, God.

Ed è successo proprio questo, anni fa, ”mentre dormivamo” distratti dal materialismo del capitalismo…siamo stati incanalati in un modello di vivere in cui non siamo più noi stessi, cittadini, Stato, a decidere cosa fare del nostro territorio, del nostro cibo, della nostra energia, delle nostre medicine, del nostro tempo e vita. Oggigiorno sono le industrie che muovono il mercato a tenere le redini dei nostri delegati al governo. Sono le finanze(prive di effettivo valore – vedi come le banche centrali, private, creano denaro “dal nulla” indebitando gli Stati) che decidono cosa un individuo può o non fare, e tutte più grandi industrie, alimentari, petrolchimiche, farmaceutiche, energetiche, “oggettistiche”,  detentrici del 90% di tutti i prodotti materiali presenti sul mercato, a determinare gli “stili di vita”, le abitudini e le scelte che molti, sono obbligati a fare durante la propria vita.

E l’una dipende dall’altra e tutte insieme crescono a vicenda in un vortice senza fine. Finchè, dopo aver indebitato tutti gli Stati e appropriatisi della “licenza legittima”di sfruttamento di tutte le risorse del Pianeta…non si sa cosa accadrà, ma di fatto è così, guardando gli effetti che crea un modello di sviluppo “infinito”, in un mondo “finito”, il modello capitalistico.

Quindi, o ci ridimensioniamo come numero di esseri sul Pianeta o ridimensioniamo il nostro modello di sviluppo.

Queste sono le uniche due vie percorribili ma il tempo stringe e noi personalmente, preferiremmo  ricorrere un rapido cambio di rotta e tornare a quel bivio, percorribile all’inizio del 1900 che stava per fare in modo che il mondo sarebbe diventato un posto migliore per tutti,  rinnovabile e riproducibile ovunque perché eco-sostenibile.

E’ scandaloso che oggi tutti i prodotti di cui l’uomo può beneficiare con questa pianta siano relegati a piccole realtà di singoli imprenditori e non inseriti in un più amplio progetto di ricerca e sviluppo statale.

Attualmente la legislazione italiana permette solo la coltivazione di canapa “industriale”, con THC <0,2 e tolti i limiti e vincoli di sviluppo di applicazioni che questo comporta, soprattutto negli ultimi anni la riscoperta e coltivazione di questa risorsa vegetale è in forte crescita.

 Ed anche qui in Abruzzo abbiamo avuto rispetto lo scorso anno un aumento esponenziale delle superfici coltivate e attualmente, come accennavamo sopra, in tre amici e collaboratori, dopo le esperienze anche riguardanti la canapa maturate precedentemente in ambito nazionale ed internazionale, abbiamo costituito la cooperativa agricola HEMP FARM ITALIA .

In particolare, rispetto alla canapa industriale, soprattutto dopo l’annata 2013-2014 passata a testare metodi di produzione, effettuare ricerche di mercato e sondando le possibilità di sviluppo della filiera in Italia inserendo la canapa anche come pianta da rotazione e arricchimento terreni, ed integrandola in prodotti d’eccellenza.

Come abbiamo notato, da diversi anni le principali associazioni italiane che si sono preposte per il coordinamento nazionale della canapicoltura si sono concentrate a sviluppare impianti per la prima-lavorazione del fusto, molto costosi e di dubbia efficienza vista la scarsa qualità di materiali prodotti correnti, i prezzi non concorrenziali rispetto i nostri principali concorrenti europei ed intercontinentali, e la scarsa efficienza logistica data la dislocazione degli impianti sul territorio;

Le principali aziende invece si sono concentrate a commercializzare prodotti per la maggior parte alimentari e cosmetici, di provenienza estera. 

Questo dovuto alla richiesta di continuità di approvvigionamento, i bassi prezzi d’importazione, ed anche ad una scarsa qualità dei metodi di trasformazione dei derivati dalla filiera italiana, per di più presente sul mercato nella misura del 10% massimo di tutta la massa critica commercializzata sul territorio nazionale.

Per questo abbiamo subito notato le enormi potenzialità di un vero mercato nazionale ancora vergine e le potenzialità di diffusione se fossimo riusciti ad impostare un giusto modello di sviluppo condiviso. Condiviso perchè ripercorribile in qualsiasi parte del territorio nazionale e che, lavorando secondo un giusto protocollo nel rispetto della bio-diversità, riesca a valorizzare le già eccellenti genetiche agricole autoctone, casomai poco produttive ma di un incommensurabile valore nutrizionale e culturale.

Lavorando e  facendo conoscere le proprietà, in questo caso alimentari, innanzitutto a KM.0 e successivamente potendo contare sulla propagazione del modello ed il coordinamento tra i vari piccoli centri, si riuscirebbe così, insieme, a generare parecchia massa critica e la possibilità di espansione di mercato con dei prodotti realmente salutari. Un reale e funzionale made in Italy. 

Sul nostro territorio, grazie ai nostri micro-climi e bio-diversità, abbiamo delle potenzialità enormi da captare e valorizzare, integrandole alle qualità nutrizionali della canapa e a tutta la sensibilizzazione ed informazione che questa risorsa vegetale porta in se, che potrebbe risultare marginale ma non occorre che le piccole imprese, su cui poggia la struttura portante della nostra reale economia sia resa più competitiva a livello nazionale ed internazionale e capace di manifestare un’attitudine a far sorgere una rete di imprese nel macrosettore della canapa.  Dagli agricoltori che si ritroverebbero i vantaggi della canapa come pianta da rotazione, profitti sempre più alti data l’enorme versatilità della pianta, e prodotti ricavabili con il minimo investimento economico come: prodotti  alimentari, cosmetici, conservanti, integratori, medici(per ora la legislazione italiana consente di usare colo il CBD, cannabinoide non psicoattivo ma di provata efficacia per diverse patologie, soprattutto per il sistema neuro-muscolare) ecc., e questo occupandosi appunto con un minimo investimento, solo della valorizzazione della“spiga” della pianta di canapa. Con i fusti rimanenti dalla trebbiatura, invece, l’uso più immediato a cui possono esser destinati finchè non si sviluppi anche in Italia una macchinizzazione valida per separare fibra e canapulo, sarebbe quello del compost: dell’ottimo terriccio e/o fertilizzante biologico con l’aggiunta di altri scarti di vegetali di produzioni agricole, con cui in appositi bio-digestori o centrali di compostaggio, si potrebbe anche produrre e stoccare per riutilizzare o commercializzare, gas ed altri prodotti derivanti processi biologici.

Perciò la nostra scelta è stata quella di focalizzarci su questo modello di sviluppo e convogliare la nostra passione per la creazione di una  filiera ed un modello economico che possa trarre beneficio dalla collaborazione e cooperazione.

Forse in molti già lo sanno, ma noi, abitanti di questa latitudine del Pianeta, fino ad una sessantina di anni fa eravamo i primi per la qualità della fibra che le nostre piante giganti, naturalmente selezionate nel corso degli anni nei nostri vari micro-climi, presentavano. Qualità che ritroviamo anche nelle infiorescenze, nei valori nutrizionali del seme della pianta di canapa e di tutta la bio-diversità autoctona che il nostro territorio può promuovere e di 

Abbiamo un mondo variopinto lì fuori che soddisfa uno dei bisogni primari dell’uomo: quello di sfamarsi, e produce, naturalmente, prodotti di estrema qualità con il minimo intervento umano.

Riappropriamoci del nostro Pianeta e dei nostri spazi rendendoci custodi della natura e della bio-diversità di questa estremamente rara cosa nell’universo chiamata Vita. E siamo sicuri che sarà lunga per la canapa, anche in Italia e fiducioso verso il futuro impostando un giusto modello di sviluppo, ridimensionando innanzitutto noi stessi.